In questi giorni il cielo è così polveroso e il mare insidiosamente inquieto che in quest’oasi Wilson-crusoeniana ti aspetti di trovare quel CavallodiTroia piantato di traverso nella sabbia e il tuo ombrellone da battaglia, fedele compagno di baie sperdute, a fargli da anima.

Questa notte l’abbiamo visto. In un cinemino alla Tornatore – nuovoCinemaParadiso nel cuore – al fresco come solo alle pendici dell’Etna. Qui.

Ecco, ci sono registi che raccontano una storia, e poi c’è Nolan, che racconta anche la storia del cinema. Il citazionismo che adoro, non il rimando fine a sé stesso, ma un dialogo continuo con chi è venuto prima.

Odissea è un viaggio dentro Omero, ma anche dentro il cinema, tra Kurosawa, Leone, Welles, il CavallodiTroia inclinato sulla spiaggia come la🗽nell’ultimo iconico frame del pianeta delle scimmie e quel finale che sembra sfiorare CitizenKane, affidando a un’unica immagine il peso emotivo di tutto ciò che abbiamo attraversato: l’impresa più grande è riuscire a perdonare sé stessi.

Un Nolan così gaso da riuscire a citare anche sé stesso senza mai sembrare autoreferenziale, la struttura narrativa che ricompone il passato poco alla volta di Memento, Dunkirk nel mare che non è background ma antagonista, il viaggio epico come ritorno alla famiglia di Interstellar.
E Oppenheimer, nel pensiero che il nemico più difficile da affrontare sia il peso morale delle proprie scelte.
Rimane che Nolan senza Nolan, non é Nolan per me.

Jonny, tu che sai farci innamorare dei personaggi prima ancora delle idee… in quale labirinto ti sei perso?!