Davvero, ma cos’è, che non avete capito?
Avevo optato per non dedicare post a “La Grande Bellezza” quando l’ho visto per la prima volta in sala: capolavoro.
Troppo semplice elogiarlo.
Avevo deciso di non dedicargli post nemmeno ora che ha vinto l’Oscar: troppo facile osannarlo.

E invece no, l’orda di cinefili improvvisati di questi giorni, tutti, ma proprio tutti, impegnati in critiche sperticate sul film, Sorrentino, la vittoria. Tutti a distruggere, attaccare, biasimare, che fa più fiquo.
Ecco, il disgusto per tutto questo mi costringe a delle domande.

Ora, sorvolando sul bisogno atavico di noi italiani nel dover denigrare a tutti i costi chi ha successo (a prescindere sia meritato o meno), così assuefatti dalla tristezza tutta intorno (o dentro?) a noi che non siamo più in grado di apprezzare uno dei pochi motivi di orgoglio – in questo specifico momento – del nostro Paese.

Glissando su di voi, che, ignorando l’esistenza di Eisenstein, trovate esilarante appellarvi alla cagataPazzesca, che cari, rimanete sul Grande Fratello, non avventuratevi in qualcosa di più Grande, non è per voi.

Dunque, tralasciando tutto questo, chiedo a te, te che te ne intendi e “Le conseguenze dell’amore” sì, ma “La Grande Bellezza” no, No perché un Titta Di Girolamo fa più nicchia e un Jep Gambardella fa mainstream? ecco allora se non sei in grado di cogliere, evidentemente non è così mainstream, lascia stare, non fare il ricercato, non lo sei.

O a te, te che Fellini-Fellini-Fellini, Fellini inarrivabile, Fellini irraggiungibile. Ma almeno l’hai mai visto qualcosa del Maestro? O da pseudo-intellettuale-radical-chic fai per sentito dire?

Una delle più inebrianti caratteristiche del cinema postmoderno è proprio l’autoreferenzialità, il citazionismo, l’intertestualità, il cinema che guarda indietro e a sé stesso, il piacere della conquista, la percezione che il regista stia facendo l’occhiolino proprio a te, ma se Haynes ci sforna un Far from Heaven sirkyano è un genio e Sorrentino che omaggia Fellini, no, è “troppo italiano”?

La Grande Bellezza è – motivo in più per apprezzarlo- carico di omaggi e citazioni: Breton, Scola, Flaubert, Dostoevskij, Proust, Holdenm, Salinger, Moretti, Allen e tanto ancora. Chi non è in grado di coglierle dovrebbe avere almeno l’umiltà di evitare l’ululata alla “scopiazzatura felliniana“.

A questa stregua Russell con American Hustle avrebbe “rubato” da F for Fake di Welles, così Brian De Palma si sarebbe appropriato della scalinata di Odessa ne gli intoccabili, Scorsese del viaggio nella luna di Méliès, i f.lli Coen di tutto il cinema noir e Hazanavicius del cinema muto?

Mi chiedo in quanti abbiano accusato Bertolucci di aver copiato Truffaut con The Dreamers, Lyne di aver plagiato Kubrick con Lolita o Dalì di aver imitato Millet con un Angelus non all’altezza del predecessore.

Che poi, La dolce vita impareggiabile, La dolce vita ineguagliabile, film meraviglioso sì. Ma ti lascia una tale amarezza.

Mentre la “grande bellezza” nel film di Sorrentino sta proprio lì, lui te la dà, la via di uscita allo “squallore disgraziato”: il sapersi godere la semplicità, il sentimento, quello vero, quello spontaneo.
Senza falsi buonismi.

Ed è così semplice da capire, ecco perché lo sgomento nel leggere di chi si chiede ancora il significato di questo film, di chi lo trova vuoto, di chi indignato, forse punto sul vivo(?), per l’affresco di una mondanità squallida e vacua getta fango su uno dei film italiani più belli dell’ultimo periodo, di chi è in grado di cogliere solo la feroce critica allo snobismo miserabile, alla noia dell’opulenza, all’ipocrisia delle istituzioni cattoliche, ai “trenini delle feste che non vanno da nessuna parte”, ma non vede la grandezza – suggerita tra un frame e l’altro – de “gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza”, nei momenti spensierati dei bambini che si rincorrono, nella delizia di un tuffo alle prime luci dell’alba, nella meraviglia del primo amore, nella forza dell’amicizia “perché un amico ogni tanto ha il dovere di far sentire l’altro amico come quando era bambino. Geppino.”, nella semplicità di una serata con la persona che ami e un bicchiere di vino (citando la Polina dostoevskiana), nella fede di chi, lontano da sfarzi e potere vaticano, ha sposato la povertà e la povertà non la racconta, la vive. Nell’ “è stato bello non fare l’amore… è stato bello volersi bene”. Dai, ha reso funzionale persino una Ferilli! Che con idolo Toni Servillo vinci facile, ma rendere credibile la “beato chi sòfa er sofà” è stato al pari del Tornatore che ci aveva sguainato una Bellucci Maleniana quasi attrice.

Sorrentino rende struggente il grottesco, evocativa la quotidianità, ci racconta la decadenza italiana degli ultimi decenni, ci regala la cinica verità in un tripudio di suggestioni continue per tutta la – lunga – durata del film. Regia e fotografia magistrali, dialoghi e scenografie superbe. La colonna sonora? Se non avessi scoperto My Heart’s in the Highlands in una lezione di Filosofia, mentre anni fa si discuteva di sistemi autopoietici e ostacoli epistemologici, questo film avrebbe avuto il merito di avermi fatto conoscere anche Arvo Pärt.

Per me ha vinto, non c’è critica – subdola o sentita – che tenga, Sorrentino è stato meravigliosamente bravo.
Ma in fondo “è così triste essere bravi, si rischia di diventare abili”.